
La crisi mondiale sta mordendo l'economia di milioni di famiglie, ma la politica italiana si attorciglia sulla vicenda dell'aumento dell'Iva a Sky. Si tratta di eliminare un antico privilegio su un "bene voluttuario? Oppure è una misura iniqua che colpisce milioni di abbonati alla televisione satellitare? Come sempre, quando si parla di televisioni in Italia, il dibattito diventa un guazzabuglio di dichiarazioni contrastanti che descrivono mondi completamente diversi. Portare l'Iva di Sky dal 10 % al 20% può sembrare del tutto ragionevole per raccogliere un po' di soldi (si parla di 270 milioni di euro all'anno). E poi sarebbe davvero un paradosso se l'opposizione -"da vergogna" secondo il premier Berlusconi- difendesse gli interessi di un multimiliardario come Rupert Murdoch, tanto è vero che alcuni parlano di una "trappola chiamata Sky preparata dalla maggioranza" (e sarebbe la seconda dopo l'elezione di Villari alla Commissione di vigilanza). E così, qualsiasi ragionamento che tocchi l'informazione e le televisioni viene inquinato dal sospetto che sia a vantaggio del premier Berlusconi, vero "dominus" del sistema delle comunicazioni nazionali, dalla pubblicità all'editoria, alle televisioni (che in Italia rastrellano, a differenza del resto di Europa, la maggior parte della raccolta pubblicitaria). Il "conflitto d'interesse" è enorme e clamoroso, ma è ben noto a tutti e ormai è stato avallato più volte da milioni di elettori che lo considerano del tutto normale. È difficile, quindi, valutare con equilibrio le decisioni del Governo e le rimostranze delle opposizioni su questi argomenti. In realtà tutto il sistema delle comunicazioni in Italia è pieno di incrostazioni, stranezze, privilegi antichi e dimenticati, sentenze mai applicate. Il risultato è che qualsiasi minima modifica degli equilibri provoca tempeste politiche e mediatiche. Se fossimo in un Paese normale sarebbe normale adeguare l'Iva di Sky, che è una costosa alternativa all'omologazione tra Rai e Mediaset. Invece, aspettando l'Obama italiano, Veltroni considera gli abbonati alle partite di calcio come l'ultima frontiera del proletariato, mentre il premier Berlusconi, quando si toccano questi argomenti, dà in escandescenze e vuole "mandare a casa" politici e direttori di giornali che si permettono di non essere d'accordo con lui. Per giudicare bisognerebbe avere un po' di memoria e di buon senso.
L'Iva sulla televisione satellitare era al 4% nel 1991, quando Berlusconi possedeva Telepiù, passa al 10% nel 1995, durante il Governo Dini e adesso l'Unione Europea -"complice" Prodi- impone l'allineamento delle aliquote fiscali (meglio se al ribasso). Come reazione Sky -quasi monopolista sul satellite- chiede di mandare una e-mail di dissenso alla presidenza del Consiglio. Qualcuno si scandalizza, ma dimentica che Mediaset scatenò e vinse una campagna poderosa mettendo in campo Mike Buongiorno, Vianello e Sandra Mondaini, contro il referendum voluto dalla sinistra per ridurre la pubblicità, che "interrompeva un'emozione" nei film. Se nella politica italiana ci fossero meno risse e più memoria, maggioranza e opposizione potrebbero concordare -recuperando lo spirito della Robin Hood tax- sull'aumento dell'Iva a Sky, il blocco del canone Rai e l'adeguamento del canone che Mediaset paga allo Stato per l'uso dell'etere: 24 milioni di euro all'anno, pari all'1 % del suo fatturato. In questo modo verrebbero rastrellati parecchi milioni a vantaggio dei cittadini (magari per le case ecologiche), ci sarebbe maggiore equità tra i concorrenti (Murdoch e Berlusconi) e più garanzie nei confronti del pluralismo informativo. Ma ci vorrebbe un po' di memoria e di buon senso. Franco Del Campo
Da il quotidiano "Il Piccolo" del 4.12.2008





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