venerdì 19 settembre 2008

Alitalia, ultimo atto?



Con il ritiro dell'offerta da parte della cordata italiana le speranze di salvare l'Alitalia dal fallimento sono ormai ridottissime. Nel post del 1 settembre ci siamo già soffermati sull'ipotesi di salvataggio messa in campo dall'attuale governo denominata piano fenice. Tutti gli sforzi fatti per salvaguardare l'italianità del principale vettore aereo nazionale sono naufragati sugli innumerevoli ed interminabili tavoli delle trattative che hanno visto impegnati in questi giorni, e queste notti, governo, parte acquirente e sindacati. La distanza tra la neo Compagnia Aerea Italiana, che avrebbe dovuto acquistare la parte buona della disastrata Alitalia, e le rappresentanze sindacali sono risultate incolmabili almeno per quanto riguarda le questioni di primaria importanza come il numero degli esuberi, l'orario di lavoro e i livelli contrattuali. La cordata italiana, capitanata da Roberto Colannino, allo scadere dell'ultimatum imposto alle forze sindacali ha quindi ritirato la propria disponibilità all'acquisto. Gli sviluppi di questa singolare vicenda hanno dato la stura ad uno dei più abusati riti del costume italiano: l'indicazione dei responsabili nel campo avverso. Nella bagarre in atto sugli organi di informazione, soprattutto quelli "a servizio", i colpevoli sono gli altri, cioè sindacati ed opposizione. Per carità nulla di strano o di imprevedibile. Da giorni, infatti, da Porta a Porta in giù, il motivo dominante era sempre lo stesso: se il piano Fenice va in porto il merito è di Berlusconi e del suo "governo del fare", se invece fallisce la colpa è dei sindacati e della "sinistra". Tanto più che agli italiani il merito dei problemi, la serietà, l'efficacia e le conseguenze delle soluzioni proposte non interessano. Noi ci accontentiamo delle apparenze e viviamo di sensazioni. La sensazione di sentirci più sicuri basta ed avanza per incrementare l'indice di gradimento di chi avendo responsabilità di governo si limita ad appagare tale fatua aspettativa, anche se poi non solo non fa nulla per l'effettiva sicurezza ma addirittura taglia o distrae fondi dalle politiche per la sicurezza. Caso esemplare è lo spot governativo dell'esercito in piazza. Il salotto buono di Napoli, ad esempio, è presidiato da militari in assetto da guerra affiancati da poliziotti e carabinieri, tutti ovviamete forniti dei mezzi, anche motorizzati, necessari per far fronte a qualsiasi emergenza di ordine pubblico. A pochi chilometri di distanza, nei tristemente noti quartieri popolari del capoluogo partenopeo e nell'area casertana, si spaccia, si spara e si uccide anche in pieno giorno come testimoniano le cronache più recenti. I crimini non calano, il numero dei morti idem ma tutti abbiamo la sensazione di essere più sicuri. La politica delle sensazioni ha però un limite, non tanto nell'intelligenza delle masse facilmente distraibile dal susseguirsi dei fuochi d'artificio, quanto nell'esperienza con la quale nella vita vera bisognerà fare i conti ed il pagamento non potrà essere fatto con sensazioni.

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